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Ispirazione e Paradigma Inarrivabile – “L’art de fous” e il Surrealismo
Thomas Röske analizza la storia dell’Outsider Art e la sua relazione con il Surrealismo e prende in considerazione l’arte e la vita di un visionario recluso

Raw Vision #69 Estate 2010

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Estratto:
Il gruppo intorno ad André Breton guardò all’arte prodotta nei manicomi in un modo diverso rispetto agli espressionisti tedeschi prima della prima guerra mondiale. Al di là delle differenze nazionali nell’interpretazione dei problemi psichiatrici e la conoscenza che alcuni artisti come André Breton e Max Ernst ebbero della psichiatria, cosa appare particolarmente importante è l’esperienza della follia della prima guerra mondiale, che non solo politicizzò i surrealisti ma li portò fondamentalmente a interrogarsi su concetti quali razionalità e ragione. In maniera molto più radicale degli espressionisti, essi presero i malati di mente come esempio e contrapposero ciò che comprendevano del loro pensiero, azioni e creatività all’ambiente immobile e tradizionalista – del quale, secondo loro, gli psichiatri erano rappresentanti eccellenti. Cosa, in ogni caso, sapevano i surrealisti dell’ “arte dei malati di mente”? Oggi è un luogo comune chiamare il libro di Hans Prinzhorn “Bildnerei der Geisteskranken” (“L’attività plastica nei malati di mente”) (1922) la “Bibbia dei surrealisti”. Ma quale valore ha avuto il libro a Parigi all’inizio degli anni ’20? In Francia non è stato il primo scritto indipendente sull’argomento.

Nel 1907 lo psichiatra Paul Meunier, con lo pseudonimo di Marcel Rejà, pubblicò il volume “L’art chez les Fous”, che enfatizzò le qualità estetiche di varie tipologie di lavori di arte manicomiale. Il testo fu letto da appassionati d’arte e sicuramente anche da artisti, ma non ebbe particolare risonanza. Ciò può essere legato a circostanza storiche, alla tiratura presumibilmente limitata e probabilmente anche all’aspetto insignificante dell’edizione in brossura con 17 illustrazioni in bianco e nero. Al contrario, il contenuto di “L’attività plastica nei malati di mente” evidenziava il fatto che per l’autore gli elementi estetici erano fondamentali rispetto a quelle medicali. Il volume, di circa 350 pagine, in un formato di 25,4 x 21,6 cm., rilegato in tessuto nero con caratteri bianchi in rilievo, ricordava un libro d’arte. La qualità della carta e le 187 illustrazioni, di cui 20 a colori, rendevano questo tratto ancora più evidente. Fino a quel momento nessuna pubblicazione aveva mostrato così tante opere di questo tipo o di qualità così alta. “L’attività plastica nei malati di mente” rese veramente visibile per la prima volta questo argomento.

Traduzione a cura di Sara Ugolini

 

Max Ernst, Oedipus
 
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