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Frédéric Bruly Bouabré: Enciclopedista Autodidatta
Sarah Lombardi esamina la cosmogonia personale di un artista visionario della Costa d’Avorio

Raw Vision #69 Estate 2010

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Estratto:
A Dakar, l’11 marzo dell’anno 1948, il creativo Ivoriano Frédéric Bruly Bouabré (nato intorno al 1923) ebbe una rivelazione che lo esortò a diffondere, il più ampiamente possibile, la conoscenza del suo mondo e della sua popolazione (i Bété). A tal fine egli inventò “l’alfabeto Bété”. Come spesso accade tra i creatori di Art Brut, fu un elemento esterno che lo incitò a ideare questo nuovo sistema di scrittura. L’elemento esterno, tuttavia, non si presentò sotto forma di una voce, come nel caso di Augustine Lesage, né sotto forma di uno spirito che guidò la sua mano, come accadde a Rosa Zharkikh o a Raphaël Lonné, ma si trattò di una visione solare: un giorno, mentre si recava sul posto di lavoro, egli vide improvvisamente sette soli di differenti colori che orbitavano nel cielo. Questo fu il modo in cui il Dio Onnipotente si manifestò a lui, concedendogli il potere di farsi interprete della realtà terrena che lo circondava.

Assumendo il nome di Chelk Nadro-le-Révélateur (il Rivelatore), Frédéric Bruly Bouabré si dedicò all’insegnamento delle verità divine che gli venivano svelate nei sogni.

Essendogli stata affidata questa missione, Bouabré iniziò a trascrivere i simboli rinvenuti su alcune piccole pietre trovate nel villaggio Bété di Bekora e che erano rinomate per i loro motivi e per la loro origine misteriosa. Dopo aver raccolto e studiato i sassi, come avrebbe fatto un enciclopedista, giunse alla conclusione che i segni raffiguravano le tracce di un antico sistema di scrittura.

Egli, quindi, procedette ad abbinare le immagini scoperte ai fonemi del linguaggio Bété e, correlando questi ultimi con le sillabe della lingua francese, creò un alfabeto costituito da 448 pittogrammi monosillabici. Il sillabario che ne risultò può essere utilizzato in tutti gli idiomi, con uno spirito simile a quello utopico dell’Esperanto, concepito come una seconda lingua universale.

In breve, Bouabré tradusse in forma scritta la lingua Bètè, che fino ad allora era stata tramandata solo oralmente. Il suo scopo era tutelare la sua cultura mettendola per iscritto, garantendo in questo modo la sua sopravvivenza e il suo ricordo. Così facendo fornì alla lingua africana un sistema di scrittura specifico e, al contempo, si prese la rivincita sui colonialisti che imposero l’alfabeto europeo in Africa. Egli, inoltre, cominciò a diffondere la sua “scrittura africana” riportandola su alcuni eserciziari scolastici per facilitarne l’insegnamento e l’utilizzo. Iniziato nel 1956 e completato durante i primi tre mesi del 1958, l’alfabeto di Bouabré fu pubblicato, quello stesso anno, da Theodore Monod, che all’epoca era direttore dell’Istituto Francese per l’Africa Nera (IFAN) a Dakar. Con la ferma intenzione di dimostrare l’utilità e la qualità universale della sua invenzione, Bouabré stesso la mise in pratica adattando testi di ogni genere a questo nuovo linguaggio scritto, egli, infatti, tradusse poesie, racconti, pagine dell’enciclopedia e persino discorsi politici. Successivamente iniziò ad indagare le ferite corporali simboliche (scarificazioni); in questo caso, documentando i tagli e i graffi fisici, si cimentò nella loro traduzione in forma grafica. L’insieme di tali simboli, raggruppati insieme, diede vita al Musée du visage africain (Museo dei Volti Africani), inaugurato nel 1965.

Traduzione a cura di Marta Cannoni

 

From Knowledge of the World
 
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