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Estratto:
A Dakar, l’11 marzo dell’anno 1948, il creativo Ivoriano
Frédéric Bruly Bouabré (nato intorno al 1923) ebbe una
rivelazione che lo esortò a diffondere, il più ampiamente
possibile, la conoscenza del suo mondo e della sua popolazione
(i Bété). A tal fine egli inventò “l’alfabeto Bété”.
Come spesso accade tra i creatori di Art Brut, fu un
elemento esterno che lo incitò a ideare questo nuovo
sistema di scrittura. L’elemento esterno, tuttavia,
non si presentò sotto forma di una voce, come nel caso
di Augustine Lesage, né sotto forma di uno spirito che
guidò la sua mano, come accadde a Rosa Zharkikh o a
Raphaël Lonné, ma si trattò di una visione solare: un
giorno, mentre si recava sul posto di lavoro, egli vide
improvvisamente sette soli di differenti colori che
orbitavano nel cielo. Questo fu il modo in cui il Dio
Onnipotente si manifestò a lui, concedendogli il potere
di farsi interprete della realtà terrena che lo circondava.
Assumendo il nome di Chelk Nadro-le-Révélateur (il
Rivelatore), Frédéric Bruly Bouabré si dedicò all’insegnamento
delle verità divine che gli venivano svelate nei sogni.
Essendogli stata affidata questa missione, Bouabré
iniziò a trascrivere i simboli rinvenuti su alcune piccole
pietre trovate nel villaggio Bété di Bekora e che erano
rinomate per i loro motivi e per la loro origine misteriosa.
Dopo aver raccolto e studiato i sassi, come avrebbe
fatto un enciclopedista, giunse alla conclusione che
i segni raffiguravano le tracce di un antico sistema
di scrittura.
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Egli, quindi, procedette ad abbinare le immagini scoperte
ai fonemi del linguaggio Bété e, correlando questi ultimi
con le sillabe della lingua francese, creò un alfabeto
costituito da 448 pittogrammi monosillabici. Il sillabario
che ne risultò può essere utilizzato in tutti gli idiomi,
con uno spirito simile a quello utopico dell’Esperanto,
concepito come una seconda lingua universale.
In breve, Bouabré tradusse in forma scritta la lingua
Bètè, che fino ad allora era stata tramandata solo oralmente.
Il suo scopo era tutelare la sua cultura mettendola
per iscritto, garantendo in questo modo la sua sopravvivenza
e il suo ricordo. Così facendo fornì alla lingua africana
un sistema di scrittura specifico e, al contempo, si
prese la rivincita sui colonialisti che imposero l’alfabeto
europeo in Africa. Egli, inoltre, cominciò a diffondere
la sua “scrittura africana” riportandola su alcuni eserciziari
scolastici per facilitarne l’insegnamento e l’utilizzo.
Iniziato nel 1956 e completato durante i primi tre mesi
del 1958, l’alfabeto di Bouabré fu pubblicato, quello
stesso anno, da Theodore Monod, che all’epoca era direttore
dell’Istituto Francese per l’Africa Nera (IFAN) a Dakar.
Con la ferma intenzione di dimostrare l’utilità e la
qualità universale della sua invenzione, Bouabré stesso
la mise in pratica adattando testi di ogni genere a
questo nuovo linguaggio scritto, egli, infatti, tradusse
poesie, racconti, pagine dell’enciclopedia e persino
discorsi politici. Successivamente iniziò ad indagare
le ferite corporali simboliche (scarificazioni); in
questo caso, documentando i tagli e i graffi fisici,
si cimentò nella loro traduzione in forma grafica. L’insieme
di tali simboli, raggruppati insieme, diede vita al
Musée du visage africain (Museo dei Volti Africani),
inaugurato nel 1965.
Traduzione a cura di Marta Cannoni
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